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La distruzione della casa della Pitardina

Questa è la storia della distruzione a Vercelli della cosiddetta “Casa della Pitardina”, un edificio di due piani all’angolo tra via Giovenone e via Della Motta, risalente al XVI secolo. La storia di questo caso è molto rappresentativa di come vengono trattate le antichità a Vercelli.


In questa casa viveva Brenilde Rombelli detta Pitardina, una bellissima fioraia di inizio Novecento. L’edificio era stato riadattato nell’Ottocento con pavimentazioni e intonaci nuovi per renderlo più abitabile, ma è probabile che sotto si nascondessero affreschi o pitture più interessanti; non sarebbe infatti l’unico caso di edificio antico reso irriconoscibile da "riadattamenti" anche pesanti nel corso del diciottesimo secolo (si pensi al caso della Chiesa di Santo Stefano de Civitate – area Brüt Fond - che era stata trasformata in una serie di appartamenti).


Per quanto l’apparenza la facesse sembrare un rudere, si trattava di un edificio storico, parte delle cosiddette “Case Centoris” (compare persino nella famosa cartina di Vercelli contenuta nel Theatrum Sabaudiae del 1682), ed avrebbe sicuramente meritato una ristrutturazione. Quello che stava per succedere avrebbe rivelato ben più di questo.

L’edificio, ormai in rovina, fu acquistato dal Consorzio Asso Casa, rappresentato dall’arch. Eugenio Musso, che presentò al comune in data 14 aprile 1993 un progetto per demolirlo e sostituirlo con un condominio; il progetto è stato approvato (concessione edilizia 204/93) dal Comune il 19 luglio del 1993 (poco prima, il 20 giugno, era stata eletta sindaco Mietta Baracchi Bavagnoli).

Nella casa a fianco vive il geom. Giovanni Perazzo, che ha a cuore la sua città e il decoro dei bellissimi edifici antichi che compongono il suo quartiere, in pieno centro storico; è certamente lecito costruire case nuove, ma non ha alcun senso accostare indiscriminatamente palazzoni moderni e palazzi antichi. Il centro di Vercelli, poi, ha ottenuto il vincolo dal Ministero per i Beni Culturali in tutto il centro storico, per il suo valore culturale; ma nella concessione fatta ad Asso Casa, proprio per aggirare il vincolo, si legge che l’edificio è dichiarato “esterno al centro storico” nonostante si trovi chiaramente all’interno della “cerchia dei viali” che lo delimitano! Interessato e preoccupato per la minaccia di demolizione, già il 6 settembre 1993 Perazzo fa presente l’illegittimità della concessione con una lettera al Comune, cui segue l’8 novembre 1993 regolare denuncia; prima ancora, chiede parere alla Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici, che risponde così, per voce del Soprintendente Bruno Malara, in una nota del 16 ottobre 1993:
“Questo ufficio ha esaminato la documentazione qui pervenuta inerente l’oggetto e al riguardo ritiene che la programmata demolizione verrebbe a nuocere il tessuto urbano circostante rappresentativo del Centro Storico di Vercelli, visto anche che il progetto qui pervenuto non tiene in considerazione alcuni volumi, aperture, finestre del corpo esistente, rappresentandosi come nuovo inserimento in netto contrasto con gli altri edifici circostanti.”

La denuncia di Perazzo ha effetto, e l’Ufficio Concessioni Edili del Comune di Vercelli in data 26 ottobre 1993 sancisce che la concessione è revocata. La revoca viene ricevuta dal Consorzio Asso Casa l’8 novembre 1993. Questa revoca è destinata a restare ignorata, a causa del ritardo estremo con cui il Responsabile dell’Ufficio Vigilanza geom. Roberto Poma deposita l’atto soltanto il 16 agosto 1995.

In tutto il tempo in cui Poma tiene nascosto al suo stesso Comune che la concessione è stata revocata, la Soprintendenza ai Beni Ambientali e Architettonici (sorprendentemente, dato il parere contrario espresso meno di tre mesi prima) concede il nulla osta alle operazioni, in data 10 gennaio 1994 (prot. 17353). Il 13 aprile 1994 il Comune di Vercelli chiede in una nota un parere tecnico alla Soprintendenza per i Beni Archeologici, che il 25 maggio 1994 emana una nota (prot. 4320) che recita:
“…esaminata la documentazione grafica allegata, si esprime, per quanto di competenza, parere di massima favorevole al progetto. Tuttavia la documentata presenza di resti di strutture e stratigrafie di interesse archeologico in aree limitrofe a quella interessata ai lavori, rende indispensabile il controllo da parte di personale tecnico-scientifico diretto da funzionari di questa Soprintendenza di tutti gli scavi previsti al fine di evitare distruzioni o danneggiamenti del patrimonio dello Stato. Si resta pertanto a disposizione per concordare modalità e tempi delle verifiche richieste…”

Nel frattempo l’immobile passa di mano dalla Asso Casa alla ditta Costruzioni edilizie Vita Nuova Srl di Torino, rappresentata dal geom. Ignazio Chiavazza; nonostante tutte le proteste e grazie a Poma che ha ignorato fino all’ultimo la revoca, Vita Nuova ripresenta la stessa domanda di demolizione ed edificazione il 9 settembre 1994, e ne ottiene l’approvazione il 20 ottobre 1994.

Per questo, il 20 settembre 1994 una lettera congiunta dei proprietari degli immobili circostanti (Bobbola, Boccarani, Brunetti, Finezzi e Perazzo stesso) invita il Comune di Vercelli “a soprassedere alla concessione di qualsivoglia titolo autorizzativo alla demolizione ed edificazione dell’edificio…” avvisando che, in difetto o se si fosse dato corso ai lavori, si sarebbe proceduto al fermo, coinvolgendo nelle responsabilità la stessa Amministrazione.

Ancora il 7 luglio 1995 i signori Pelazza e Nuccini, nuovi proprietari di un immobile confinante, in una lettera al Comune evidenziano come l’esecuzione del progetto arrecherebbe un danno irreversibile alla loro proprietà, e concludono con considerazioni di carattere storico-artistico che impongono di non dare corso ai lavori.

Ma tutte queste voci rimangono lettera morta, perché nel luglio del 1995, approfittando delle vacanze estive, Vita Nuova srl demolisce la piccola casa in tre giorni.


Le ruspe iniziano dal tetto, lunedì 24 luglio del 1995. La demolizione è chiaramente illegale, perché la concessione edilizia è già stata dichiarata revocata; ma le ruspe continuano la loro opera, senza che l’allora sindaco Gabriele Bagnasco impedisca i lavori. Addirittura, in seguito alla demolizione, la casa dove risiedono i Perazzo subisce gravi crepe e cedimenti strutturali, che interessano tutto l'edificio fino al piano cantina, aprendo persino un varco sul piano di calpestio a livello della strada; in pratica mettendo a rischio di crollo la stessa casa dei vicini! La casa della Pitardina infatti faceva da contrafforte per la casa Perazzo, la teneva in piedi; lo scavo inoltre proseguirà molto in profondità, compromettendo le fondamenta stesse della casa vicina.


Le ruspe scendono ancora. A livello delle cantine, la distruzione scopre una parte di edificio che non era stata interessata dai rifacimenti ottocenteschi, e quindi rivela ancora l'età originaria della costruzione (discorso che vale per ogni casa del centro storico). Si scopre così che la casa del XVI secolo usava come piano cantina un edificio precedente, risalente probabilmente al XII secolo.


Questa scoperta basterebbe per fermare ogni lavoro. La ditta invece è intenzionata a proseguire la distruzione, e passa tutta la seconda metà del 1995 a scavare con le ruspe in mezzo ai muri medioevali, così da poter finalmente gettare le fondamenta per un bel condominio "moderno". Ma sotto le mura medioevali emergono mura ancora più antiche, addirittura di epoca imperiale romana, che fanno da fondamenta anche per la casa Perazzo.


Ma la smania di costruire è inarrestabile, e così, nell’impossibilità di distruggere anche le mura romane, si procede con la tristemente tipica “manovra alla vercellese”: trivellazioni in mezzo alle mura romane, impianto di colonne in mezzo a questi, e una lastra di cemento, a una certa altezza, per coprire tutto quanto. Su queste colonne si possono appoggiare i piani e costruire le nuove pareti condominiali.


In pochi mesi, il condominio è eretto.

Il 17 ottobre 1995 la famiglia Perazzo fa dunque causa alla ditta Vita Nuova per reclamare i danni al proprio edificio, facendo presente tra le altre cose anche il D.M. 02.04.68 n.1444, art 9, punto 2 “distanza minima esistente tra pareti finestrate, per le nuove costruzioni, 10 metri”, e ribadendo l’illegittimità della concessione.


I lavori comunque proseguono, anche se fatti male, visto che la strada adiacente crolla per ben due volte, costringendo il cantiere a una variante in corso d’opera per “circondare” tutto lo scavo con un muro di cemento armato. Nello stesso periodo due vicini, Gianluigi Nuccini e Simona Marazzato, organizzano nel novembre 1995 una petizione con cui chiedono al sindaco la riqualificazione dell’area (alla raccolta firme partecipa persino l’allora arcivescovo Tarcisio Bertone!); ciò non impedisce comunque al sindaco Bagnasco di rispondere il 15 febbraio 1996 tramite fax che, sostanzialmente, non si può fare nulla di ciò che viene chiesto, ma promette comunque impegno per la salvaguardia dei resti antichi, non dimenticando di citare l'esercizio del “dovuto controllo” da parte della Soprintendenza.

Due archeologi vercellesi del Centro Studi “Vercellae”, Dario e Daniele Gaviglio, si interessano alla vicenda e intervengono in cantiere su segnalazione della signora Perazzo, fermando con l’ausilio dei carabinieri gli operai della ditta, proprio mentre tentavano di abbattere un muro romano con i martelli pneumatici.

Passa ancora molto tempo prima che sopraggiunga la sospensione dei lavori da parte del pretore Guaschino (20/24 settembre 1996) che ferma finalmente lo scempio al punto in cui è tuttora. Vita Nuova Srl reclama, ma il reclamo viene respinto un mese dopo (21 ottobre 1996).

In data 25 ottobre 1996 Luigina Marchisio Perazzo espone le seguenti richieste al Pretore: che si sancisca il mancato rispetto delle norme in materia urbanistica; che Vita Nuova srl ripristini la situazione preesistente dove possibile, altrimenti demolisca il fabbricato o la parte di fabbricato illecitamente costruita; e un risarcimento danni da parte della ditta stessa.
La parte avversa sostiene la non validità del parere del Pretore e rimanda al mittente tutte le accuse.

Il 30 aprile 2003 i Perazzo vincono in primo grado presso il Tribunale di Vercelli, anche se ottengono poco: la ditta ha l'obbligo di arretrare la sua posizione in modo da allontanarsi dalla casa dei vicini Perazzo. Passa insomma solo la lamentela riguardo la distanza tra pareti finestrate; i Perazzo non riescono a ottenere altro. Grazie alla segnalazione dei fratelli Gaviglio però la Soprintendenza ai Beni Archeologici si accorge che sono emerse rovine importanti e impone il vincolo archeologico sull’area.

La ditta Vita Nuova allora ricorre in Appello ma perde di nuovo nel 2006, ed è quindi costretta ad abbattere parzialmente l’edificio e arretrare di un paio di metri.

Tuttavia, con una lettera del 2010 la Soprintendenza ai Beni Archeologici autorizza i costruttori a edificare comunque sopra le rovine, a patto di coprirle con “geotessuto e isolante in materassino in pvc completato da stesura di inerte fine [cioè sabbia] per una potenza di almeno 10-15 cm prima delle gettate dei sottofondi pavimentali” dei garage. Nella lettera si parla anche di resti da mantenere in vista dal lato di via Della Motta, per permettere a eventuale pubblico interessato di osservare i pochi muretti visibili da quella parte.

Dopo altri 6 anni, nel 2012, davanti alla renitenza della ditta ad assecondare la sentenza, i Perazzo chiedono al Tribunale l’esecuzione forzata “dell’obbligo di fare”, per far cominciare immediatamente la demolizione parziale dell'edificio.

Ma perché non si può andare oltre e chiedere la demolizione totale? Che edificio sarà, se mai sarà, questo condominio? Tolti i due o tre metri da concedere per via della sentenza, di ogni appartamento rimarrebbe poco più che un corridoio. Ne vale ancora la pena? E poi chi vorrebbe mai vivere in case del genere? C’è un bisogno così grave di case, a Vercelli, da richiedere simili misure? È nostra opinione che non ci si debba accontentare di mezze vittorie. Secondo noi occorre insistere fino alla demolizione totale dell'orribile condominio e l’area sottostante non dovrebbe essere trasformata in parcheggi e garage, ma essere oggetto di un valido studio archeologico e infine di un restauro per farla diventare un piccolo spaccato di romanità al centro, che dia una misura della città antica. Una ringhiera, una piccola piazzola, un giardino che mostri tutti i muri romani emersi, tenuti al sicuro dalle intemperie sotto una lastra di vetro illuminata. Un'occasione unica di vivere la storia vercellese da vicino, di riscattare la storia dimenticata di questa città; di dimostrare che una imponente Vercelli romana esisteva davvero, che non è solo una diceria come molti ancora credono. Un'insieme di opere di questo tipo, sparse per tutta la città, renderebbe l'intera città un bellissimo museo da visitare.


(Il Centro Studi Vercellae resta a disposizione per eventuali correzioni e rettifiche. Per ogni affermazione contenuta nell'articolo sono disponibili le fonti e i riferimenti a documenti che saranno digitalizzati e allegati successivamente. Per queste e per qualsiasi altra richiesta si invita a inviare una e-mail a centrostudivercelli@gmail.com)