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La stele bilingue

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La stele

Negli anni '60, lungo la sponda sinistra del fiume Sesia, ad una profondità di circa 2,5 metri, è stata rinvenuta una grossa pietra scritta con incisioni in lingua latina e lingua celtica.
Il testo in latino riporta la seguente frase:

finis
campo quem
dedit Acisius
Argantocomate-
recus communem
deis et hominibus
ita ut lapides
IIII statuti sunt

(confine del campo che diede Acisio Argantocomatereco, comune agli dei e agli uomini, così come le quattro pietre sono state poste). Segue il testo in lingua celtica.

Il cippo sarebbe databile all'età romana repubblicana; apparterrebbe quindi ad un periodo di ben già consolidati contatti della città col mondo romano. Il testo latino appare ben definito e scandito mentre quello gallico senza interruzioni tra le parole, fatto che testimonia molto probabilmente la poca dimestichezza con un idioma non romano. Il personaggio ricordato sull'iscrizione è ignoto al mondo romano poiché il cognomen doveva avere origine gallica. Il significato (cit. Roda) avrebbe a che fare con il denaro e la misurazione; quindi è possibile che il cognomen derivi dalla funzione o carica ricoperta dal suddetto legata al mondo della misurazione (una sorta di agrimensore di altri tempi?).
La stele però fa riferimento anche alle pratiche religiose: dal testo si comprende come fosse stata posta, insieme ad altre tre, a delimitare un'area sacra in cui si svolgevano pratiche religiose ("comune agli dei e agli uomini").


Voci assurde a suo tempo hanno attribuito il ritrovamento nella zona della Sesia al trascinamento di questo masso erratico di 10-11 quintali da parte delle piene del fiume, suggerendo pertanto la Valsesia come luogo di origine.

La storia del ritrovamento

La stele è stata per secoli murata su una parete della cosiddetta "casa degli Ebrei" in via Dante (la quale, a detta del Faccio su Vecchia Vercelli, doveva essere stata edificata su un antico tempio), sul muro del cortile dietro la chiesa di Santo Spirito. Dal 1930 in poi si susseguono demolizioni di case romane e medioevali, proprio in quella zona che i vercellesi chiamano Furia, dove risiede adesso la Camera di Commercio e la cosiddetta "piazza delle banche"; una di queste demolizioni coinvolge anche la Casa degli Ebrei. Sul finire degli anni '50, della casa rimangono solo pochi ruderi, ma la lastra è ancora al suo posto; ma il destino del rudere è di essere demolito nell'ambito della costruzione dell'attuale edificio dell'INPS. Le operazioni sono affidate alla ditta di Guglielmo Monchietto, il quale in una testimonianza firmata racconta del ritrovamento di una antica lastra di pietra iscritta. La stele finisce così insieme agli altri detriti di demolizione; il camionista Sergio Pollero, che lavorava per Monchietto in quel periodo, raccoglie i detriti sul suo camion e li butta in una discarica presumibilmente abusiva su una riva della Sesia, nella zona conosciuta appunto come Bivio Sesia. Dopo qualche tempo, non si sa di preciso quanto, il camionista in una testimonianza firmata racconta di essersi accorto della lastra in mezzo ai detriti da lui gettati. A questo punto la lastra è recuperata e collocata in un cortile nelle vicinanze dell'attuale Piazza Pajetta, sul retro del cinema Nuova Italia. La stele viene posizionata in un angolo, sotto un bidone della spazzatura in alluminio. Il caso volle che a quel cortile avesse accesso anche il negozio di elettrodomestici di Sergio Gaviglio, i cui figli Daniele e Dario andavano spesso in cortile a giocare. Un giorno, la maschera del cinema deve riverniciare le inferriate di un paio di finestrelle sul retro del cinema; per facilitarsi, sposta il bidone dei rifiuti dalla stele per poggiarvi sopra un secchio di vernice. I bambini si accorgono che sulla pietra c'è scritto qualcosa, insieme al papà ne fanno un calco e lo consegnano ad alcuni professori, attirando così l'attenzione di alcuni docenti universitari che quindi comunicano il ritrovamento di una importante stele antica, segnata in due lingue diverse. La stele fu trasferita al Museo Leone, dove si trova tuttora.